Aiutateci a casa nostra

Ultimamente, non leggo altro che storie, vere o presunte tali, sugli antichi fasti messinesi. Il piccolo ruolo istituzionale che ricopro mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con tanti appassionati di storia patria; la loro passione, per la Messina che fu, ha suscitato in me una curiosità sorprendente, per certi versi morbosa. Così girovagando tra antiche torri, fortezze rinascimentali e vecchie piazzole della seconda guerra mondiale sono stato irretito da storie che raccontano della Messina dei secoli scorsi. Da sempre, la città di Messina ha rappresentato la porta d’ingresso per la Sicilia, per l’isola dei sogni. Chi riusciva a conquistare la Sicilia, compiva sforzi sovrumani per conservarne il controllo. Ma quelli erano altri tempi ed i siciliani avevano un altro temperamento. Messina era protetta da numerose fortificazioni collocate nei punti più strategici della città. Negli ultimi due secoli i messinesi hanno convissuto con il sibilo costante delle palle di cannone, che a quanto pare, in taluni periodi non davano tregua. I colpi esplosi da terra, da mare, e durante l’ultima guerra anche dal cielo, hanno mutato, alla fine, anche il carattere dei siciliani. L’orgoglio che ci contraddistingueva è svanito. Tutto il sangue versato in difesa della nostra terra è stato vanificato dalla perdita di coscienza del popolo siciliano e non mi riferisco all’indipendentismo fisico, parlarne nel  nel 2017 mi sembra anacronistico. Sto pensando alla dipendenza dalle scelte della politica nazionale, che con l’avallo di quella isolana, ha trasformato una terra abitata da indomabili in un inutile serbatoio elettorale. Il peso della Sicilia nella partita politica nazionale è tale, che i politici siciliani potrebbero dettare le regole ed invece le subiscono. Ma la soglia di povertà raggiunta mi induce a ritenere che le possibilità di riscatto siano veramente esigue. Ne è scesa di acqua dalle fiumare da i tempi in cui lottavamo per difendere i vantaggi di una carta costituzionale conquistata col sangue. Come si fa ora a spiegare a milioni di persone che per ritornare ad essere un’isola ricca e fertile bisogna resistere ai morsi della fame? Io, che appartengo alla middle class, cosa posso dire ad un padre che non sa come sbarcare il lunario? Come si fa a chiede di lottare contro i signori dei contratti a rinnovo trimestrale, quando tu hai un contratto a tempo indeterminato? Francamente, nonostante i miei 40 anni, continuo a sognare un futuro in cui tutti possano avere le stesse possibilità, un futuro in cui i ragazzi partano solo per conoscere il mondo, un futuro in cui il voto sia una delega per le capacità dimostrate. Invece, ogni mattina mi sveglio sapendo che in una casa vicino alla mia c’è ancora chi spera di essere il fortunato ad avere quell’agognato lavoro trimestrale; tutte le mattine in un patronato un povero diavolo baratta la domanda per la pensione con un pugno di voti. Nessuno ha più la forza di lottare. La vera battaglia dovrà iniziare col cambiamento, ma non quello sdoganato sotto elezioni, bensì quello maturato sui banchi di scuola, per le strade tra la gente. Riaccendiamo la fiamma della speranza, delegando chi ci metta nelle condizioni di riconquistare il nostro antico splendore. I siciliani non hanno bisogno di assistenzialismo, non necessitano di elemosine per tirare a campare. I siciliani chiedono che i proventi delle tasse vengano utilizzati per costruire autostrade e ferrovie per favorire l’esportazione, esigono che siano investiti per realizzare aeroporti per accogliere turisti e non per far partire i propri figli in cerca di lavoro. I redditi di cittadinanza destinateli a chi vuole vivere di assistenzialismo, ai siciliani date le leve che a sollevare il mondo ci pensiamo noi.

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